STAZIONE UNICA PER GLI APPALTI PUBBLICI: UNA SCADENZA PASSATA INOSSERVATA

È un punto importante, necessario e fattibile, su cui la Cgil ha molto insistito: unificare a livello delle Unioni Comunali le troppe sedi ove si gestiscono appalti per lavori, servizi e forniture.

Non costa, anzi porta risparmi, e la pubblica gestione degli appalti ci guadagna in qualità e salute.

Ma basta citare la Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, depositata appena prima del recente scioglimento delle Camere, per ascoltare e recepire un garbato rimprovero per un ritardo inspiegabile.

Il terzo capitoletto, che inizia dopo oltre cinquecento pagine di analisi sui fenomeni di infiltrazione malavitosa nell’economia, è dedicato ad alcune proposte sulla trasparenza e pulizia negli appalti.

La prima di esse, riguarda la necessaria semplificazione dell’esagerato numero di sedi da cui oggi si bandiscono appalti, con la costituzione delle Stazioni Uniche Appaltanti-SUA.

A tale riguardo, la premessa della Commissione Parlamentare Antimafia è stringente: “per quanto concerne gli enti pubblici di piccole e medie dimensioni, l’esperienza insegna che l’elevato numero delle stazioni appaltanti – oggi sono oltre 13.300 – agevola fenomeni di irregolarità, bassi controlli e possibili infiltrazioni”.

Negli ultimi due anni, si sono peraltro introdotte normative di legge e regolamenti – oltre che auspicarlo in ogni convegno che si rispetti – per sollecitare ed, in alcuni casi che vedremo, rendere obbligatoria l’unificazione e la specializzazione delle sedi abilitate a gestire gli appalti pubblici.

Si è cominciato con una legge del 2010 “Piano straordinario contro le mafie”, poi con decreti successivi nel 2011 ed un Accordo nazionale che impegnava l’Anci-Associazione dei Comuni italiani.

Da ultimo, il famoso Decreto “Salva Italia” del Governo Monti, poi convertito in legge a larghissima maggioranza, che rende obbligatoria la costituzione delle Stazioni Uniche Appaltanti, a partire dai Comuni al di sotto dei 5.000 abitanti.

Costituire perciò un’unica “centrale di committenza” pubblica, per assegnare lavori in appalto, servizi e forniture, al fine di “assicurare trasparenza, regolarità ed economicità nella gestione dei contratti pubblici, oltre che prevenire il rischio di infiltrazioni mafiose”.

Il termine fissato dalla legge era il 31 marzo 2013. Il termine è trascorso inutilmente ed al 1° aprile non risulta attivato alcunché, anche nei nostri territori.

In Emilia-Romagna, lo stesso “Protocollo d’Intesa regionale sulla legalità per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma” firmato lo scorso 27 giugno, che impegna Enti Locali, Prefetture, Forze Sociali ed Imprese, al punto 4 ne raccomandava – a maggior ragione – l’attivazione.

Nella nostra Provincia, ogni anno sono circa 300 gli appalti pubblici per un valore di circa 170 milioni, banditi da circa ottanta dei vari committenti pubblici, fra cui una ventina di comuni con meno di 5.000 residenti.

Una costosa dispersione che sa di “campanile” ormai inspiegabile e, per di più, ormai fuori dai termini di legge!

Unificare e razionalizzare le sedi appaltanti a livello delle Unioni dei Comuni – che già esitono e sono funzionanti – alzerà la qualità tecnica e professionale della gestione e sopratutto l’efficacia dei controlli.

Inoltre, i recenti casi dei tecnici comunali di due importanti comuni modenesi – Carpi e Castelfranco – rinviati a giudizio per appalti irregolari e corruzione, oltre che casi analoghi in altri due comuni della nostra montagna, non possono essere sottovalutati, né considerati irripetibili.

Vediamola non come un’occasione persa, ma un salutare “anticorpo” da recuperare al più presto.

Sollecitiamo a tal fine, le Unioni dei Comuni, Prefettura, Provincia, ogni Sindaco, nonché tutti gli altri Enti ed Aziende pubbliche del territorio, ad applicare presto una riforma che non costa ed, anzi, accrescerà la “sana e robusta costituzione” della legalità e trasparenza nelle assegnazioni di lavori, servizi e forniture.

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