LIQUIDAZIONE E PRIVATIZZAZIONE DELLE SOCIETA’ PUBBLICHE

Le norme sono contenute nell’art. 4 “Riduzione di spese, messa in liquidazione e privatizzazione di società pubbliche”.

Le società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni che abbiano conseguito nell’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore di pubbliche amministrazioni superiore al 90% debbono essere sciolte entro il 31/12/2013 oppure privatizzate entro il 30/06/2013.

In sede di conversione in legge viene poi disposto che queste disposizioni non si applicano “alle società che svolgono servizi di interesse generale, anche aventi rilevanza economica”, né “qualora, per le peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto, anche territoriale, di riferimento non sia possibile per l’amministrazione pubblica controllante un efficace e utile ricorso al mercato”.

Entro 90 giorni gli enti possono predisporre piani di ristrutturazione e razionalizzazione delle società controllate; questi piani debbono prevedere “l’individuazione delle attività connesse esclusivamente all’esercizio di funzioni amministrative di cui all’articolo 118 della Costituzione, che possono essere riorganizzate e accorpate attraverso società che rispondono ai requisiti della legislazione comunitaria in materia di in house providing”. I piani dovranno essere approvati dal Commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisto di beni e servizi.

Dall’01/01/2013 le pubbliche amministrazioni possono acquisire servizi di qualsiasi tipo a titolo oneroso da enti di diritto privato solo in base a procedure previste dalla normativa nazionale in conformità con quella comunitaria. In sede di conversione è stato stabilito che da questa norma siano escluse, tra gli altri, gli enti e le associazioni operanti nel campo dei servizi socio-assistenziali e dei beni ed attività culturali, dell’istruzione e della formazione.

A decorrere dal 01/01/2014 l’affidamento diretto può avvenire solo a favore di società a capitale interamente pubblico, nel rispetto dei requisiti richiesti dalla normativa e dalla giurisprudenza comunitaria per la gestione in house e a condizione che il valore economico del servizio o dei beni oggetto dell’affidamento sia complessivamente pari o inferiore a 200.000 euro annui. Sono fatti salvi gli affidamenti in essere fino alla scadenza naturale e comunque fino al 31 dicembre 2013.

A decorrere dall’entrata in vigore del decreto (07/07/2012) e fino al 31 dicembre 2015, alle società suddette si applicano i limiti alle assunzioni previsti per l’amministrazione controllante. Inoltre dal 01/01/2013 possono avvalersi di personale a tempo determinato o con contratti di collaborazione nel limite del 50% della spesa sostenuta a tale titolo nell’anno 2009.

Tutte queste disposizioni non si applicano alle società quotate ed alle loro controllate.

Va sottolineata la “grossolanità” degli interventi, senza alcuna distinzione tra società con carattere “industriale” e società con finalità di dubbia utilità.

Anche l’assimilazione alla pubblica amministrazione per quanto attiene il personale anche alle società controllate ne contraddice la natura eventualmente industriale, prescinde dai risultati di bilancio e può indurre effetti controproducenti.

Si tratta di misure “demagogiche”, perché fatta sull’onda di una legittima riduzione dei costi della politica, ma senza alcuna attenzione agli effetti sul piano della ricchezza prodotta e sull’occupazione.

Abbiamo sempre sostenuto che spesso queste società sono strumenti della politica, e come tali è giusto procedere alla loro liquidazione, ma anche modi sbagliati per svincolarsi dal cappio del Patto di Stabilità.

Siamo per il loro rinnovamento, la loro riduzione, la loro liquidazione, ma senza che tali misure abbiano effetti drammatici sull’occupazione.

Solleviamo la fortissima preoccupazione sugli effetti di distruzione dei posti di lavoro e del patrimonio professionale che la chiusura di queste società produrrà dal 2013/2014 sui tantissimi lavoratori (100.000 circa) che vi lavorano. Si tratta di lavoratori che rischiano di passare dal lavoro al nulla, proprio perché si è inteso più fare un’operazione demagogica che reale scaricando sui soggetti deboli gli effetti gravi di questa scelta politica, senza creare strumenti che permettano di affrontare gli inevitabili problemi occupazionali che si produrranno nel Paese.

Un’ultima informazione: tutto quanto scritto sopra (previsto nell’art. 4) rispetto va comunque integrato con quanto stabilito nell’art. 9, che tra l’altro dispone che “le regioni, le province e i comuni sopprimono o accorpano o, in ogni caso, assicurano la riduzione dei relativi oneri finanziari in misura non inferiore al 20 per cento, enti, agenzie e organismi comunque denominati e di qualsiasi natura giuridica che, alla data di entrata in vigore del presente decreto, esercitano, anche in via strumentale, funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, comma secondo, lettera p), della Costituzione o funzioni amministrative spettanti a comuni, province, e città metropolitane ai sensi dell’articolo 118, della Costituzione”

Va sottolineato che quest’ultima disposizione non si applica alle aziende speciali, agli enti ed alle istituzioni che gestiscono servizi socio-assistenziali, educativi e culturali.