PROVINCE: PRIMA NOTA SUL DECRETO 188/2012

Il decreto 188/2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 novembre, è l’ultimo atto legislativo del processo di ridefinizione dell’assetto istituzionale territoriale della Repubblica, intrapreso con l’articolo 23 del decreto Salva-Italia e proseguito con la Spending Review (decreto 95/2012).

Le nuove disposizioni, che ridisegnano le circoscrizioni territoriali delle Province e introducono modifiche alla normativa sulle Città Metropolitane, confermano, già a una prima lettura, quanto la CGIL ha già rilevato nei mesi precedenti: si sta operando una ridefinizione della presenza delle istituzioni pubbliche sul territorio in chiave meramente “contabile”, in nome del contenimento della spesa pubblica, e non, come sarebbe invece indispensabile, partendo dalle funzioni e dalla necessità di rendere più efficiente un sistema decentrato e policentrico che metta al centro il cittadino e il territorio.

Questo ultimo atto del Governo non “si limita” a ridisegnare la cartina geografica dell’Italia, ma introduce specifiche disposizioni che presentano elementi di criticità. In particolare:

  • l’articolo 3, comma 2, dispone che gli organi di governo delle nuove province abbiano “sede esclusivamente nel comune capoluogo” facendo divieto di istituire sedi decentrate, ma non vi è nell’articolato alcuna indicazione sulle modalità con cui sarà garantita la prossimità dei servizi ai cittadini, ancor più necessaria con l’estensione territoriale delle circoscrizioni risultante dal riordino.

  • L’articolo 4, comma 1, conferma la disposizione dell’articolo 23 del Salva-Italia in base alla quale le Regioni sono tenute, per le materie concorrenti, a trasferire le funzioni, oggi attribuite alle Province, ai Comuni, salvo che per garantirne l’esercizio unitario esse siano acquisite dalle stesse Regioni. Una disposizione che difficilmente potrà tradursi in una maggiore efficienza dell’esercizio di dette funzioni: il territorio comunale è spesso troppo ridotto in relazione alla funzioni di area vasta proprie della province e la Regione è troppo estesa (oltre a dover avere compiti legislativi e non amministrativi) per garantirne la gestione ottimale. Si conferma con questo comma la non volontà di creare quel sistema integrato di livelli istituzionali che, partendo dalle specifiche titolarità, operi una vera razionalizzazione dell’amministrazione pubblica, evitando sovrapposizioni e conflitti di attribuzioni.

  • La soppressione delle giunte provinciali, a partire dal 1 gennaio 2013, prevista dall’articolo 7 del decreto, oltre a sollevare dubbi sull’opportunità e l’efficacia che il solo Presidente possa gestire una così delicata fase di transizione, bloccherà ogni intervento di investimento ad oggi previsto e in attesa di approvazione, paralizzando l’attività delle istituzioni provinciali per oltre un anno.

Nel decreto, inoltre, non si prende adeguatamente in considerazione il destino delle migliaia di lavoratori coinvolti dalla contestuale riduzione delle Province e diminuzione delle funzioni spettanti, della loro professionalità e, quindi, della capacità delle nuove amministrazioni di garantire i servizi. L’articolo 6 prevede, infatti, che si apra un confronto con le organizzazioni sindacali per individuare, in trenta giorni, criteri e modalità condivisi, in mancanza dei quali le province adotteranno unilateralmente “le misure necessarie per il passaggio di ruolo dei dipendenti” e che, ad ogni modo, le dotazioni organiche dovranno rispettare i vincoli assunzionali e i parametri di virtuosità nel rapporto dipendenti/popolazione. La norma, infine, non prevede alcun processo di stabilizzazione per le migliaia di lavoratori precari che attualmente contribuiscono allo svolgimento di molte delle funzioni delle amministrazioni provinciali.

Infine, il decreto, pur apportando alcune modifiche chiarificatrici sulle ipotesi di governance per le Città Metropolitane (salvo prevedere un inspiegabile limite di 10 consiglieri per il consiglio metropolitano), non supera le problematiche introdotte dai precedenti decreti legate alla legittimità democratica dei nuovi organismi di governo che minano i più basilari principi di democrazia e uguaglianza, rischiando di compromettere la reale rappresentatività delle istituzioni interessate. L’unica modifica in materia ai decreti precedenti introdotta dal decreto 188/2012 è la disposizione per cui sindaci e consiglieri comunali, nel caso siano eletti presidenti o consiglieri provinciali, non possono ricevere alcun ulteriore emolumento rispetto a quello già loro spettante.

L’auspicata semplificazione istituzionale per essere utile deve mirare al potenziamento, non alla mortificazione, delle istituzioni locali e del settore pubblico, partendo non dai confini geografici, ma da una chiara definizione delle funzioni spettanti a ciascun livello e rafforzando il ruolo degli enti locali, democraticamente legittimati e capaci di governare le dinamiche economiche e sociali dei territori in cui operano.

Il riordino istituzionale non deve tradursi in centralizzazione e spoliazione del territorio dei servizi pubblici, impedendone la fruizione ai cittadini e svalutando il capitale umano rappresentato dai tanti lavoratori coinvolti; deve invece tradursi in un sistema decentrato e policentrico capace di garantire alla cittadinanza servizi più efficaci ed efficienti, ed economie di scala che promuovano lo sviluppo locale, favorendo i percorsi di riqualificazione e formazione del personale, necessari per mantenere e migliorare il livello delle prestazioni fornite dall’amministrazione pubblica.

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