SIGNOR PRESIDENTE, VERAMENTE LA CAUSA DELLA CRISI SONO I LAVORATORI?

Questa è la domanda che vorremmo porre al Presidente del Consiglio dopo la conferenza stampa di ieri sera, in cui ha annunciato la modifica allo Statuto dei Lavoratori (e non solo…)

Nell’ultimo periodo c’è stata infatti un confronto tra Governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro.

E’ stato detto, anche ieri sera, con insistenza, che questa riforma creerà nuova occupazione. E già ci permettiamo di dissentire fortemente col Presidente Monti e col Ministro Fornero: una riforma può portare ad una buona occupazione o ad una cattiva occupazione, ma è evidente che da sola non può creare occupazione.

Ciò che serve è la tanto annunciata “Fase 2”, quella che dopo i pesantissimi tagli alla spesa e gli altrettanto pesanti aumenti della tassazione (in particolare sui bilanci familiari di lavoratori dipendenti e pensionati) si occupi di investimenti, di politica industriale, che crei le condizioni per una reale ripresa dell’attività produttiva e quindi dell’occupazione.

Niente di tutto questo è all’orizzonte. Si passa invece alle modifiche dello Statuto dei Lavoratori.

Quindi sono i diritti dei lavoratori quelli che hanno prodotto la crisi mondiale? Conosciamo tutti la risposta…

Quindi l’unica possibilità di ripresa dell’occupazione è sostenere che una persona può essere licenziata pur non avendolo meritato? E’ questa, per usare le parole del Presidente del Consiglio, la novità legislativa da portare agli investitori coreani, giapponesi e cinesi?

Si parla di 3 modalità di licenziamenti: per motivi discriminatori, disciplinari o economici.

Quello per motivi discriminatori è l’unico, secondo il Governo e le parti sociali (esclusa la CGIL) che deve prevedere il reintegro obbligatorio del lavoratore. Ma, siamo seri, i licenziamenti discriminatori, formalmente, non esistono: non c’è nessun datore di lavoro che nella lettera di licenziamento scrive nelle motivazioni “donna incinta” oppure “iscritto ad un sindacato non gradito”.

Questi licenziamenti sono mascherati da motivazioni disciplinari, in cui si sostengono gravi colpe del lavoratore. Se il Giudice sostiene che le motivazioni sono fondate è giusto che il lavoratore sia licenziato. Se, invece, il Giudice sostiene che le motivazioni sono infondate la legge deve prevedere il re-integro sul posto di lavoro. Non può esserci la possibilità di licenziare comunque, seppur con un indennizzo economico. La scelta, come oggi, deve rimanere in capo al lavoratore.

Se non ho fatto nulla per cui io meriti di essere licenziato, non debbo esserlo. Si tratta di una banale norma di civiltà. Si tratta della norma che fa in modo che un cittadino sia tale anche quando è al lavoro; si tratta di una norma che dice che quando lavoro sono una persona e non uno strumento manipolabile a piacimento.

Questa norma non creerà alcun posto di lavoro in più, non favorirà l’occupazione giovanile nè quella femminile.

Ancora una volta si utilizza la crisi per ridurre i diritti dei lavoratori; ancora una volta l’unico sindacato a denunciarlo è la CGIL.

Ed è un vero peccato che il Governo intenda puntare forte sui licenziamenti immotivati facili, e pur di raggiungere questo obiettivo accettare anche di creare nuova ingiustizia sociale e divisione tra le parti sociali e nel Paese. E’ un vero peccato che il Governo abbia inteso puntare, spendendosi sia a livello nazionale che internazionale, sulla modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

E’ un peccato perchè gli altri due temi, gli strumenti di entrata nel mondo del lavoro e la riforma degli ammortizzatori sociali, sono di gran lunga più importanti e più urgenti per migliorare la situazione del mercato del lavoro in Italia. Argomenti che la CGIL reputa decisivi per ridurre la precarietà e per rendere più universali gli strumenti di protezione sociale in caso  di perdita del posto di lavoro. Temi sui quali la CGIL rimane molto interessata ad un confronto, reale, col Governo.

Nei prossimi giorni la CGIL avvierà una campagna di informazione e di coinvolgimento dei lavoratori per esporre la situazione, le proprie ragioni e le proprie proposte, come detto non solamente sull’art. 18, ma sulla complessità delle politiche del lavoro.

Non sarà un percorso nè breve, nè facile, ma l’obiettivo è modificare i provvedimenti che il Governo si appresta a chiedere al Parlamento di approvare, nonchè qualcuno di quelli già approvati, previdenza in primis. 

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