Valutazione generale – Analisi di impatto macroeconomico

Il Governo Letta, dopo cinque anni di aumento generalizzato delle imposte (ma non delle entrate) e di riduzione pressoché lineare della spesa pubblica, compone una manovra in una Legge di Stabilità ancora vincolata – dalle regole europee e dagli equilibri politici in Parlamento – alla contrazione della spesa e del perimetro pubblico che, soprattutto a fronte di una modesta “restituzione fiscale”, non può determinare l’inversione di tendenza utile all’uscita dalla crisi e la necessaria risposta ai vuoti dell’occupazione e della domanda interna, vera debolezza strutturale del sistema-paese, che hanno reso più intensa la recessione e la depressione nel nostro Paese.

Data per buona l’intenzione di rilancio di consumi e investimenti, le risorse destinate all’aumento delle detrazioni IRPEF per i lavoratori dipendenti e al taglio del cd. cuneo fiscale (in tutto 10,6 miliardi di euro in tre anni) non possono sortire gli effetti economici desiderati. L’aumento relativo del reddito disponibile nelle famiglie di lavoratori – e qui pesa significativamente l’esclusione dei pensionati, oltre 11 milioni di contribuenti IRPEF – non può portare un forte aumento dei consumi sui prodotti interni (con un ulteriore effetto di sostituzione” e minori importazioni); mentre il minor costo del lavoro per unità di prodotto potrebbe garantire una maggiore competitività delle nostre produzioni e il rilancio delle esportazioni prevalentemente per le imprese non in crisi, con produzioni ed esportazioni già competitive. Le potenziali nuove assunzioni a tempo indeterminato, per effetto della mirata deducibilità IRAP, potrebbero aumentare monte salari e domanda interna, anche se – in assenza di nuovi investimenti e nuova accumulazione di capitale – i posti di lavoro a disposizione sono esigui e si contano solo tra i “posti vacanti”, cioè sull’incontro domanda/offerta, spostando in misura irrilevante il tasso di disoccupazione ( -0,1% nel tasso generale e -0,6% in quello giovanile per circa 10mila nuovi occupati).

In tal senso, la speranza di nuovi investimenti (in quantità e qualità) va riposta sui fondi comunitari, che per l’Italia tra diverse poste valgono 110 miliardi di euro (di cui 54,8 miliardi previsti per il Fondo Sviluppo e coesione) nel periodo 2014-2020. La Commissione Europea pone dei vincoli macroeconomici, intesi come crescita della specializzazione produttiva verso settori ad alto contenuto tecnologico e di conoscenza, che possono rilanciare la crescita, così come evidenziato anche dal piano nazionale. Sin da ora si dovrebbe, però, cogliere la questione sollevata dalla Commissione europea orientando il rafforzamento delle imprese in tale direzione, magari non attraverso politiche, trasferimentio incentivi tradizionali.

La retroazione recessiva dei tagli della spesa pubblica e dell’aumento iniquo delle tasse impedirà anche il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica prefissati,continuando ad aumentare il debito pubblico. Paradossalmente, le risorse dell’avanzo primario (3 punti percentuali di PIL per il 2014) se spese tutte – in modo efficiente – come investimenti, consumi pubblici o reddito da lavoro pubblico, applicando ilmoltiplicatore “ufficiale” del FMI (1,5), produrrebbero come effetto macroeconomico quello di una domanda in crescita non inferiore a 4,5 punti di PIL. La simulazione, peraltro,mostra come l’effetto positivo non si esaurirebbe con la crescita del PIL: considerando anche le maggiori entrate fiscali a favore dello Stato, applicando l’aliquota media implicita del 37% sui 4,5 punti di PIL, (che valgono 67,500 miliardi di euro correnti), si registrerebbero maggiori entrate tributarie pari a non meno di 25 miliardi di euro. In questo modo, tra l’altro, si raggiungerebbe un saldo prossimo a quello della Legge di Stabilità indiscussione.

Insomma, il DdL di Stabilità sembra bloccato dall’incapacità di scelte strategiche.

Non si sceglie una vigorosa “spinta” per lo sviluppo, non si punta su una solida redistribuzione fiscale per sostenere la domanda e nemmeno si vede un vero impianto per il governo e la riqualificazione della spesa pubblica.

La dichiarata diminuzione della pressione fiscale totale, inoltre, non indica una diminuzione generalizzata delle tasse, che invece aumenterà proprio in modo iniquo e diffuso per via di una serie di provvedimenti, di cui i più rilevanti sono la riduzione deglioneri detraibili e la riorganizzazione della tassazione immobiliare (TRISE), nonostante il contenuto aumento previsto delle detrazioni per lavoro dipendente e la riduzione del cuneofiscale.

In ogni caso, nuovi margini fiscali sono possibili solo attraverso l’allargamento delle basi imponibili (evasione ed elusione fiscale, grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, rendite finanziarie, transazioni speculative, ecc.). Lo stesso vale per la riqualificazione e la ricomposizione potenziali della spesa pubblica, anche in relazione alle stesse misure di politica industriale della Legge di Stabilità, che avrebbero potuto concentrarsi su specifici settori e attività economiche o rendere più selettivi alcuni benefici fiscali in funzione di una maggiore intensità di contenuto innovativo, tecnologico e di conoscenza, oltre che di sostenibilità sociale e ambientale.