Razionalizzazione della Spesa pubblica (Art. 10)

Spending review

Sulla base delle attività svolte dal Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica e delle proposte da questi formulate, entro il 15 ottobre 2014 sono adottate ulteriori misure di razionalizzazione e di revisione della spesa, di ridimensionamento delle strutture, di riduzione delle spese per beni e servizi, nonché di ottimizzazione dell’uso degli immobili tali da assicurare, nel bilancio di previsione per il triennio 2015-2017 una riduzione della spesa delle pubbliche amministrazioni in misura non inferiore a 600 milioni di euro nell’anno 2015 e 1,31 miliardi di euro a decorrere dall’anno 2016.

In attesa della definizione di questi interventi correttivi viene disposta la riduzione lineare delle dotazioni finanziarie disponibili di ciascun Ministero per gli importi di 256 milioni dieuro per l’anno 2015 e 622 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2016.

Per gli enti territoriali gli importi sono ridotti di 344 milioni per gli anni 2015, 2016 e 2017.

Mentre per gli enti locali è previsto per 2016/2017 un taglio di 275 milioni di euro euroannui per i Comuni e 69 milioni di euro annui per le Province.

Accanto a queste misure si segnala la riduzione di spesa per investimenti:

  • per la difesa nazionale pari a – 100 milioni per 2015/2016:

  • la riduzione dei trasferimenti correnti verso imprese pubbliche e private per il periodo 2014/2016 per un importo medio annuo di – 211 milioni di euro

  • un programma di cessione degli immobili pubblici per + 500 milioni per il periodo2014/2016.

  • le consultazioni elettorali in un solo giorno (+100 milioni di euro).

  • la prosecuzione dei minori finanziamenti dell’attività dei CAAF, ad esclusione del2014 per tutti gli anni 2015/2016.

  • l’avvio da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo,unitamente alla revisione dei finanziamenti/ contributi agli istituti culturali, di un piano di razionalizzazione (fusione, incorporazione) delle società controllate in house senza alcun riferimento alla gestione delle conseguenze sul piano del lavoro.

Mentre con norma ad hoc vengono prorogati al 30/06/2014 i commissariamenti per le province.

Sono, inoltre, previsti ulteriori risparmi di spesa pubblica ottenuti con gli interventi di razionalizzazione e revisione della stessa spesa per un totale di 3 miliardi di euro nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi nel 2017.

In assenza di interventi di tale entità sulla spesa pubblica è prevista una “clausola di salvaguardia”, da attuarsi con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri da emanare entro il 15 gennaio 2015, secondo la quale andranno ridotte le attuali agevolazioni, detrazioni nonché i regimi di esclusione, esenzione e favore fiscale, tali da assicurare il risultato.

Continuano i tagli lineari alle spese per “acquisto di beni e servizi”, nonostante le roboanti dichiarazioni in base alle quali si affermava che la pratica dei tagli lineari era definitivamente abbandonata. Non è stata abbandonata nell’immediato e per come sono scritti i testi lo sarà nemmeno per il futuro. Questo determinerà l’ennesima compressione della domanda aggregata e, perciò, una spirale recessiva. Per avere risorse certe in Bilancio, inoltre, anche questo Governo, pur scommettendo sull’azione del Commissario speciale (di nuova nomina, il terzo in tre anni), in realtà non punta a progettare la riqualificazione, la razionalizzazione e la ricomposizione della spesa pubblica. A dimostrazione di ciò, viene imposta una “clausola di salvaguardia” molto pesante.

Oltre 500 milioni di euro nella Legge di stabilità derivano dalla vendita di immobili dello Stato, con la la previsione è di ulteriori vendite nel prossimo triennio e con la volontà di “uno sforzo ulteriore di valorizzazione del patrimonio pubblico”. Si parla di reperire risorse per almeno 1,5 miliardi nel triennio, di cui 500 milioni appunto nel 2014.

I beni dovrebbero essere selezionati da una lista di immobili disponibili dalla quale sono esclusi quelli destinati al Federalismo demaniale, al Federalismo storico-artistico o già inseriti nei programmi di valorizzazione.

Non si tratta di una grande novità: la dismissione del patrimonio pubblico è stato oggetto dell’agenda di molti esecutivi, come strategia governativa per far scendere il peso del debito pubblico e ridurre il deficit. Una strategia più volte denunciata dalla CGIL, che intacca il bene comune e ridimensiona la competenza primaria inerente il governopubblico.

È importante ribadire i rischi connessi ad una tale processo di dismissione di beni, definito oggi un processo “straordinario”, ma che, se entrasse in procedure ordinarie,depaupererebbe il nostro Paese di un patrimonio comune importante, che potrebbe avere potenzialità differenti, e proprio in quanto bene della collettività, utilizzato per finalità sociali.

Al contrario, verrà probabilmente svenduto, cioè venduto a “prezzo di mercato”, ma in una fase di forte depressione del settore immobiliare, e quindi a prezzi verosimilmente inferiori al reale valore. Ceduto in funzione alla sua possibile redditività e successivamente valorizzato.

Un processo di questo genere, che utilizza patrimonio pubblico, non può essere esclusivamente oggetto di operazioni speculative e favorire la rendita, attraverso valorizzazioni che vedranno come principali beneficiari i privati, ma dovrebbe essere inserito in un progetto complessivo di recupero e rigenerazione urbana e gestito nell’otticadi interessi più generali, perseguendo anche finalità sociali e favorendo la soluzione di problemi che oggi incidono sulla mobilità sociale e sulla qualità della vita, acuiscono il disagio sociale e frenano lo sviluppo urbano. Occorre invece dare risposte pubbliche alle esigenze abitative e sociali del territorio, tenendo anche conto delle trasformazioni che possono essere prodotte nelle città, legate a modificazioni (anche di destinazione ed uso) di immobili spesso situati in aree centrali. Trasformazioni che devono essere affrontate nell’ottica della sostenibilità, con l’obiettivo di fornire prioritariamente risposte alle domande ed ai bisogni presenti e con il minor impatto ambientale possibile.

Laddove viene prevista la razionalizzazione della spesa occorre contrastare i previsti tagli per l’anno 2015 e 2016 o almeno selezionarli escludendo quei soggetti, come il Ministero dell’Ambiente e il Ministero dei beni e attività culturali e turismo, che possono fornire una spinta per la crescita.