ARAN: NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE STIPENDI PIU’ BASSI, MENO OCCUPATI, NIENTE PROSPETTIVE PER I GIOVANI

Nei giorni scorsi l’Aran, l’agenzia governativa che come noto si occupa della contrattazione per conto delle pubbliche amministrazioni, ha presentato il Rapporto sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti.

I dati sono impietosi, e confermano quanto i dipendenti pubblici stanno dal 2010 vivendo sulla propria pelle.

Chiaramente si conferma la diminuzione delle retribuzioni medie pagate nel settore pubblico, dovute evidentemente al blocco della contrattazione e dei salari individuali a partire dall’anno 2010. In particolare, i dati presentati evidenziano una riduzione dei salari del 2012 rispetto al 2010 pari allo 1,3%. Per capire quanto la diminuzione sia stata pesante in termini reali, occorre ricordare che l’inflazione nello stesso periodo è stata del 5,9%. Ed il blocco continua ancora…

Volendo allargare l’orizzonte temporale, i danni dovuti alle politiche degli ultimi anni continuano ad essere evidenti: dal 2005 al 2012, secondo il rapporto Aran, le retribuzioni di fatto sono salite nelle amministrazioni centrali del 13,1% e nelle amministrazioni locali del 11,0%, a fronte di un incremento inflattivo del 16,3% (dati sensibilmente inferiori agli aumenti registrati nel settore manifatturiero).

Altrettanto chiaramente in drastico calo è pure il numero degli occupati: nei due anni presi in considerazione (2011 e 2012) il numero dei lavoratori alle dipendenze della pubblica amministrazione è diminuito di circa 120.000 unità (-3,5%). Su questi dati hanno fortemente inciso le misure di blocco del turn-over, applicate con particolare rigore negli ultimi anni.

L’effetto combinato della riduzione dei salari e del numero degli occupati ha ovviamente portato ad una riduzione della spesa complessiva per retribuzioni pagata dalle amministrazioni pubbliche: -4,8% nei due anni, -6,6 miliardi di euro al lordo dei contributi (sempre nel biennio 2011/2012).

Ma i danni del blocco del turn-over non finiscono qui.

I dati presentati evidenziano un sensibile aumento dell’età media, addirittura superiore ai 4 anni tra l’anno 2001 e l’anno 2011. Addirittura il dato dell’età media si è attestato nel 2011 attorno ai 50 anni. Registrano dati medi vicini o superiori ai 50 anni settori quali i ministeri, la scuola, l’università, il comparto delle autonomie locali, gli enti pubblici non economici e gli enti di ricerca.

L’assoluta mancanza di rinnovamento, frutto (insieme al blocco del turn-over ) anche della “riforma Fornero” del sistema previdenziale porta a dati ancora più preoccupanti: nei principali comparti di riferimento le classi di età con la maggior densità di dipendenti sono quelle tra i 50 ed i 54 anni e tra i 55 ed i 59 anni. Nel comparto dei Ministeri, inoltre, circa il 10% dei dipendenti ha più di 60 anni. Un dato simile è riscontrabile anche per il personale degli enti locali, ove tale quota è pari al 6,7%.

Interessante risulta anche il raffronto con gli altri Paesi, dal quale emerge che la quota italiana delle persone di età pari o superiore a 50 anni è la più elevata dei paesi Ocse. Impietoso poi il raffronto con Francia e Gran Bretagna: in Italia poco meno della metà dei dipendenti pubblici dell’amministrazione centrale hanno un’età pari o superiore a 50 anni, mentre in quei due Paesi tale quota è al 30%.

La Pubblica Amministrazione italiana è dunque decisamente più “anziana” rispetto alle altre, ed a quanto pare non ha assolutamente intenzione di investire sui giovani: in Francia il 28% degli occupati ha meno di 35 anni, in Gran Bretagna questa quota è pari al 25% dei lavoratori, mentre in Italia i lavoratori del pubblico impiego sotto i 35 anni sono solamente il 10,3%.

Questi dati dicono che è assolutamente necessario investire nuovamente nella Pubblica Amministrazione, mentre il Governo prolunga ulteriormente il blocco degli stipendi.

Ma di questo parleremo nel prossimo post.

In allegato:

il rapporto semestrale Aran:  apri il Rapporto Aran

le slides di presentazione:  apri slides

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